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PIETRO PISCHEDDA dell’Istituto «San Gabriele Arcangelo» Suni, 07 ottobre 1930 – Sassari, 12 aprile 2008
Alle ore 10,30 del 12 aprile 2008 è nato al cielo il nostro carissimo Pietro Pischedda, per trentuno anni membro dell’Istituto «San Gabriele Arcangelo». S’erano manifestati i primi sintomi della malattia nella metà del 2006. «Mi dispiace tanto di non aver potuto partecipare per motivi di salute. Vi sono stato vicino con la preghiera» – comunicava nel mese di agosto di quell’anno ai suoi amici dell’Istituto, che ai primi del mese avevano partecipato al corso annuale di Esercizi spirituali. Abituali per lui erano la coerenza negli impegni assunti e la correttezza con i Superiori. Proprio nel giorno in cui professerà per tutta la vita i consigli evangelici, egli chiederà loro il favore di «arrivare con un giorno di ritardo agli Esercizi perché si sposa un nipote».
Eletto presidente della sezione parrocchiale dell’Azione Cattolica, ove milita fin da fanciullo, a circa vent’anni ritiene che la strada del matrimonio non sia fatta per lui, come neppure quella della vita sacerdotale o religiosa. Allenato a meditare le verità cristiane, scopre la ricchezza della liturgia eucaristica e si pone il “dovere” di occuparsi di malati e anziani, ma «vuole farlo da laico». Fin dall’età di diciassette anni ha frequentato corsi di taglio e cucito conseguendo i necessari diplomi. Ben presto si trova a gestire con passione e intensità una sartoria, con due dipendenti ed apprendisti. «Convinto che è cosa doverosa per ogni persona lavorare per vivere, ma non trovando ragionevole vivere per lavorare e stralavorare per fare sempre più soldi», egli cerca un lavoro dipendente, che gli permetta il tempo di dedicarsi a se stesso, alla preghiera, ai malati. A trentasei anni incontra il compaesano Angelo Falchi, dell’Istituto «San Gabriele Arcangelo» per laici che si consacrano restando in famiglia. Grazie a questo amico, Pietro incontra il fondatore don Giacomo Alberione, il quale lo incoraggia a entrare nel medesimo Istituto, con l’incarico di magazziniere presso l’Editrice SAIE a Torino. Egli, che per tanti anni ha predisposto il lavoro ai dipendenti della sartoria, adesso riceve direttive dal responsabile di un deposito di libri. «Nessuna crisi – egli assicurerà a chi glielo chiede – perché sapevo che chi mi dava ordini li aveva ricevuti a sua volta dai suoi superiori e che il risultato del nostro lavoro era la spedizione, cioè la diffusione di opere ispirate al vangelo». La sua corrispondenza con i responsabili dell’Istituto inizia dal 1967, anno in cui entra in noviziato. Emetterà i voti temporanei nel 1969 e, in forma definitiva, nel 1974. In questa decisiva circostanza scrive: «Ringrazio il Signore Gesù che mi ha chiamato e scelto a seguirlo nei consigli evangelici. Mi rendo conto che veramente è stato lui a scegliermi. Anche se qualche volta mi viene in mente di dire, come santa Teresina, che ai suoi amici non ne risparmia una, tuttavia non mi sono mai pentito di aver ascoltato le sue parole». Il nuovo lavoro gli permette in maniera molto ampia di curarsi spiritualmente e porsi al servizio del Centro Diocesano Vocazioni come membro della Consulta Istituti Secolari. Nel 1975 inizia a visitare come volontario il Reparto Anziani del Cottolengo facendo assistenza ai degenti. È in questo servizio che incontra un giovane torinese, il quale, grazie anche alla sua testimonianza cristiana, parole convincenti e molti incontri, lo segue nello stesso Istituto cui egli ha già aderito. A don Gabriele Amorth, il primo a seguirlo nella formazione, spesso confida «le fesserie del mondo», cioè di «quelli che fanno meno e cercano tutte le comodità, sono più scusati, più protetti». È convinto del valore della persona, ma anche di quello che si fa. Confida le difficoltà del proprio cammino spirituale: «Chiedo al Signore che mi dia la forza per essere tutto suo, per amarlo sopra ogni cosa, perché ho solo la volontà, la voglia di fare, ma ho paura che sia come quel seme caduto tra le spine». Tutti nella vita, prima o poi, siamo indotti a star zitti e mandare giù rospi per qualche dispiacere subìto. In una di queste avversità, egli scrive: «Ci penserà Iddio, perché in lui credo veramente e prego che accresca e fortifichi la mia fede. Pare che ce l’abbia nel sangue: proprio quelli a cui faccio del bene, do fiducia, cerco di aiutare in quel che posso, sono i primi a guardarmi per traverso, ingelosirsi, oppure dimenticarsi di me, e tutto perché mi sforzo a fare il mio dovere con lealtà e giustizia. Non mi considero buono, solo Dio è buono. Sono un uomo carico di miserie umane, fragile, ma pronto a ricominciare, a servire gli altri in quel che posso e se lo vogliono. Però per me la lealtà e la giustizia è l’unica cosa che porta tutti all’amore e l’Amore è Dio. Sono sereno e tranquillo con la grazia del Signore che mi accompagna. Ecco, mi par di sentirmi dire: Cosa vuoi di più?». In altra circostanza confida al suo padre spirituale: «Prego che il Signore mi dia tutto per poter dare io qualcosa agli altri: amore e carità, buon esempio. Non ho cultura, ma Gesù mi ha dato tanta fede e credo nel suo amore per me; non mi credo un santo, ma un uomo con tutte le miserie umane, capace però di lottare e soffrire anche in silenzio (con l’aiuto di Gesù) e offrire tutto per la salvezza del mondo e per il bene del nostro Istituto». Pietrino è ospitale con tutti: «Se viene in Sardegna, venga a trovarmi – sovente scrive a don Amorth –: mi farà tanto piacere e tanto del bene». A don Lino Brazzo, un altro responsabile della sua formazione, scriverà nel 1970, dopo averlo insistentemente invitato: «Non ci voglio credere che il buon Gesù mi privi di questa consolazione, l’ho chiesto alla Madonna durante la novena della Consolata (mi ha detto che Lei verrà) e se lo dice la mamma il figlio deve ubbidire». Ormai molto avanti nella sua vita di consacrazione scrive: «Sono sempre contento della mia vocazione e vorrei ancora migliorare per poter dare di più […]. Il giorno della professione dei voti diciamo: “Offro, dono, tutto me stesso per la santificazione mia e del mio prossimo”». Tale offerta egli l’attuerà nella sua dolorosissima malattia. Negli ultimi anni della sua esistenza è stato duramente provato dal dolore fisico. Tuttavia, permettendoglielo le forze, è rimasto fedele ai suoi impegni e disponibile a compiere servizi e opere di carità, con la sua abituale discrezione e cortesia. Questo è stato il programma di vita e di testimonianza squisitamente cristiana che egli s’era proposto. In uno dei suoi promemoria aveva appuntato: Tutti i giorni: Ore 05,45: santo rosario con il Papa in collaborazione con Radio Maria e Ufficio delle letture della Liturgia delle Ore; Ore 07,30: recita delle Lodi, santa Messa e meditazione in parrocchia; Ore 16, 45: ora di spiritualità in collaborazione con Radio Maria. Il secondo giovedì del mese: Ritiro con il clero e i religiosi diocesani col vescovo. Ogni sabato: Porto la santa comunione ad alcuni ammalati (6). Il primo venerdì e la prima domenica del mese: La santa comunione agli ammalati (25). Ogni quindici giorni: Catechesi per gli adulti. Mossi da santa invidia per una così trasparente e generosa testimonianza di fede, di speranza e di carità, non possiamo che benedire Dio per la presenza di Pietro in mezzo a noi, per il suo servizio nella comunità parrocchiale, per la sua fedeltà agli impegni assunti nell’Istituto «San Gabriele Arcangelo». Il Signore, di certo, lo accoglie nel suo regno per il premio che dà a quanti Lo hanno seguito sino alla fine. don Angelo De Simone, ssp Assistente spirituale Roma, 12 aprile 2008 |